Un posto per Emma

Arrivata a scuola mi sono seduta in palestra dove erano già pronte le sedie per il pubblico. Cercavo di non starle addosso e di guardarla da lontano, di vedere come si muoveva in quell’ambiente nuovo. Lo faccio sempre ma soprattutto quando si trova in un ambiente che non padroneggia per vedere come se la cava, per poterle poi dare dei consigli quando è lì da sola. Il groppo in gola mi è cresciuto minuto dopo minuto, l’ho vista lì in palestra insieme ai compagni che giocavano a una specie di palla avvelenata, lei voleva giocare con loro, ma in realtà li guardava giocare. Si nascondeva dietro i compagni e si appiattiva contro il muro.

Non sono riuscita a non intervenire e l’ho chiamata:

“Emma, perché non giochi?”

“Sto giocando mamma!”

“Vai incontro alla palla, Emma, non avere paura! Anche se ti colpiscono, non importa. Gioca!”

Era lì in mezzo a loro, ma non giocava, li guardava giocare, schivava la palla si metteva in un angolino a guardare. Diceva qualche parola, le vedevo muovere le labbra, probabilmente a se stessa forse per darsi coraggio. Il groppo in gola è cresciuto minuto dopo minuto. Stavo per crollare prima che lo spettacolo iniziasse, e non potevo mimetizzare le lacrime di dolore con quelle di commozione. Le ho rimandate giù come potevo e ho asciugato quelle che sono scappate. Ho chiacchierato con le mamme e gli insegnanti e ho cercato di distrarmi.

Finalmente è arrivato il momento dello spettacolo, mi sono seduta lì senza aspettative pronta a tutto perché sapevo quanto difficile fosse per lei anche solo essere lì, quanto le stessimo chiedendo, e quanto impegno servisse per preparare uno spettacolo in una lingua che non conosceva e in un ambiente nuovo. Ho acceso la macchina fotografica e mi sono nascosta dietro l’obiettivo.

La musica è iniziata e lei era in posizione come tutti gli altri, serena e sicura, lì in centro alla fila orgogliosa e felice. I ragazzi hanno cominciato la performance e alternato parti da singoli e corali, e quando è venuto il suo turno ha fatto il suo dovere nel migliore dei modi. Una piccola parte assegnatale con cura e attenzione, ma lei c’era! Ha partecipato, ha cantato, ha ballato, ha seguito la coreografia in maniera impeccabile è andata a tempo, ma soprattutto si è divertita, si è goduta quel momento con i suoi compagni. Io ho potuto finalmente liberare le lacrime, le solite lacrime agro-dolci. Ho sentito lo sguardo degli altri spostarsi su di me, ho visto alcuni insegnanti cercare il mio sguardo per farmi un sorriso compiaciuto, ho sentito il loro affetto e la loro partecipazione.

Alcuni genitori erano stupiti che lei fosse lì e che se la fosse cavata alla grande, ma non potevo biasimarli perché in fondo lo ero anch’io. Io stessa non avevo creduto in lei abbastanza quel giorno, e mi ero fatta prendere dallo sconforto e dalla paura. Per un attimo avevo pensato di essermi sbagliata e che Emma non sarebbe stata all’altezza dell’inclusione che pretendevo, volevo che lei fosse lì con tutti gli altri, che andasse in una scuola internazionale come i suoi fratelli, convinta che avrebbe superato qualsiasi difficoltà. Lo volevo con tutta me stessa per lei, ma forse anche un po’ per me, forse anche un po’ per tutti i bambini con difficoltà. Le stavo chiedendo troppo? Avevo alzato troppo in alto l’assicella? Oggi per un attimo non avevo creduto più che potesse farcela.

E invece ora la guardo da fuori in questa avventura e l’ammiro profondamente. La stimo per tutto quello che è in grado di fare ogni giorno, perché ogni giorno si conquista il suo posto nel mondo, seppure con tanta fatica. Quando la guardo vedo tutta la potenzialità della donna che sarà, vedo tutto quello che alla sua nascita pensavo fosse impossibile o nelle mie mani e invece oggi riconosco che è pienamente nelle sue.