Lucas, la pubblicità inclusiva e la strada ancora da fare


È di qualche giorno la notizia che il nuovo volto della nota azienda americana Gerber è un bambino con sindrome di Down. Sarà Lucas Warren il nuovo testimonial dell’azienda ed è la prima volta che accade in 91 anni di storia. La comunità che si occupa di sindrome di Down e le associazioni di categoria hanno manifestato il loro compiacimento, come è normale che sia, ma quello che mi colpisce è che la notizia è rimbalzata sulla stampa e sui social medial con echi davvero eccezionali.

Anche io mi unisco agli advocate entusiasti perchè sono convinta che la vera sfida oggi sia cambiare l’approccio culturale alla sindrome di Down e che la visibilità delle persone con disabilità nella cultura di massa sia uno dei passi fondamentali per vincere questa sfida. La partecipazione e la visibilità delle persone con disabilità nella pubblicità, nel cinema, in televisione, nella letteratura consente a un mondo che non ha esperienza di disabilità di conoscerlo, di entrare in confidenza, di abituarsi a realtà diverse e sconosciute, di espandere il proprio immaginario, di mettere alla prova gli stereotipi e i pregiudizi, che sono ancora oggi l’ostacolo più grande della piena inclusione nella società. Abbatterli ed andare oltre la paura che ciò che è diverso da noi naturalmente provoca è il punto di svolta: il modo in cui percepiamo le persone con sindrome di Down ha il potere di escluderle o accoglierle pienamente. È su questo percepito che lavorano associazioni come Changing the face of Beauty e Starting from Julius e le campagne di comunicazione che sono state realizzate negli ultimi anni da Coordown. Catia Malaquias, la fondatrice dell’associazione Starting from Julius, che in Australia si occupa di promuovere l’inclusione delle persone con disabilità nella pubblicità, sostiene che “la pubblicità dovrebbe essere più audace e riflettere il mondo in cui viviamo. Uno su cinque di noi vive con disabilità, avere una disabilità è parte naturale dell’esperienza umana come altri tipi di diversità e dovrebbe essere rappresentata, non esclusa”.

Tutto ciò detto, mi rimanere un retrogusto amaro davanti a questo entusiasmo diffuso, ho la sensazione che sia fin troppo facile emozionarsi per il volto tenero di un bambino e premere un pulsante quando si tratta di condividere un faccino adorabile. C’è tutta una corrente di advocate che si è sollevata anche in questa occasione e che ritiene che attivarsi davanti a un “cute baby” sia facile e semplicistico e che è importante che a tutto questo seguano azioni concrete di inclusione e ci si chiede quale sarà il prossimo passo? Addirittura qualcuno ha accusato la Gerber di ipocrisia. L’azienda americana per ora ha messo a disposizione della famiglia un sostanzioso contributo economico che i genitori di Lucas utilizzeranno per realizzare una piattaforma che si occupa di diffondere la cultura sulla sindrome di Down ed è già qualcosa.

Ma si può fare molto di più: sarebbe importante che anche chi non è direttamente coinvolto nel tema della sindorme di Down e si è sentito toccato dalla storia di Lucas, tutti i media e gli animi delle persone che si sono emozionate di fronte al suo sorriso ammaliante, si sentissero chiamate in causa da altrettanti sorrisi di ragazzi e adulti con disabilità che chiedono di essere inclusi nella scuola, nello sport, nel mondo del lavoro e nella società in genere.

È facile con i neonati o con i bambini piccoli, l’ho vissuto sulla mia pelle con Emma, ma mano a mano che crescono è sempre più difficile avere degli amici, essere inclusi nello sport, condividere un percorso scolastico con i propri pari. È facile all’asilo quando le esigenza di un bambino con sindrome di Down non sono molto diverse da quelle dei suoi coetanei. Vorrei che le coscienze degli insegnanti si smuovessero e si commuovessero anche per i ragazzi delle scuole medie o delle scuole superiori, che sentissero come una sfida insegnare ad un alunno con disabilità. Oggi più che mai vorrei ribadirlo dopo le accese polemiche di questi giorni sull’inclusione scolastica nella scuola superiore in Italia. Vorrei compagni di scuola che invitano a giocare, a uscire o al compleanno il compagno disabile non solo perchè la mamma lo suggerisce, ma perchè davvero lo tratta come un amico. Vorrei che i datori di lavoro si sentissero altrettanti motivati ad accogliere nelle loro aziende giovani competenti e desiderosi di entrare nel mondo del lavoro e mettersi alla prova.

La visibilità delle persone con disabilità nella cultura mainstream ha un ruolo straordinariamente importante, ma è giunto il momento di fare un passo in più e abbiamo bisogno di alleati. Andiamo oltre quel faccino adorabile, sentiamoci tutti coinvolti e sfidiamo i nostri pregiudizi creando le condizioni per un’inclusione vera.

 

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