“Mamma, guarda, un bambino speciale!”

“Mamma, guarda, un bambino speciale!”
Annuisco sorridendo.
“Sì, Cesare, anche lui è un bambino con la sindrome di Down, ma non indicarlo con il dito…”
Il suo entusiasmo iniziale si spegne nella vergogna.
Gli accarezzo la testa e gli sorrido, lui capisce che non era un vero rimprovero e torna sereno.

Io sento male dentro.
Il suo entusiasmo eccessivo è la misura di un disagio ricomposto. Come se ogni volta che scopre che la sindrome esiste anche al di fuori della nostra famiglia gli si aggiustasse qualcosa dentro. Una crepa, un dolore, una paura.
Immagino una voce dentro la sua testolina “Non sono l’unico ad avere una sorella con la sindrome di Down!” oppure “Avere la sindrome di Down è normale!”

Succedeva anche a me quando avevo Emma piccola e incontravo una persona con sindrome di Down in città o in vacanza. Alcuni di quegl’incontri li ricordo ancora. Ricordo la stessa vergogna che prova Cesare abbassando lo sguardo quando mi riscoprivo a fissarli senza il coraggio di avvicinarli.

Uno dopo l’altro quegli incontri hanno ricucito la ferita della colpa, della rabbia, della paura e hanno lasciato il posto ad una cicatrice che parla di amore, di fiducia, di speranze.