Atypical: un’opportunità o un’occasione persa?

Ero entusiasta all’idea di questa nuova serie TV, ma a qualche giorno dalla visione, mi sento un po’ delusa. Mi piacerebbe molto avere le vostre considerazioni in merito, sia gli amici che hanno un contatto diretto con persone con autismo, sia gli amici estranei a questo mondo, nuovi punti di vista che aiutano e di cui sento sempre il bisogno.

Due doverose premesse: 1) io non vivo a stretto contatto con persone autistiche, quindi non conosco questa realtà a fondo, ma vivo a contatto quotidiano con la disabilità e senza dubbio ci sono molti punti in comune. 2) Nella serie è comunque ritratta solo una faccia dell’autismo, Sam è una persona autistica cosiddetta ad alto funzionamento, ma è certamente un punto di partenza per parlarne e fare cultura.

Vedi il trailer qui.

Detto questo, i miei commenti a caldo dopo la prima visione:

[ATTENZIONE SPOILER!]

Ho detestato la figura della madre, credo che gli stereotipi della mamma di persona disabile ci siano proprio tutti: sopraffatta dalla vita, iperprotettiva nei confronti del figlio, monotematica (parla solo di autismo!), ignora quasi completamente l’altra figlia, in continua polemica con la specialista che segue il figlio, forse le mancano i capelli in disordine la mattina o dopo del sesso furioso, ma d’altra parte fa la parrucchiera. Il fondo viene toccato quando la sua unica via di fuga diventa perdere la testa per il barista. Con tutto il rispetto per le “perdite di testa” e per i baristi ritengo che una mamma di un figlio disabile non sia necessariamente repressa sessualmente e che possa trovare molti spazi di espressione di sé che non siano esclusivamente il bar, l’alcol, o il gruppo di auto mutuo aiuto e che se deve avere una relazione extraconiugale almeno la causa non debba essere cercata nel figlio disabile.

Anche il padre che fugge ed è assente per la maggior parte della vita del figlio, salvo poi recuperare sembrando sempre comunque impacciato, trovo che sia uno stereotipo da superare, per quanto capiti spesso che siano le madri ad assistere per la maggior parte del tempo i figli con disabilità, ci sono molti padri che condividono quotidianamente con le loro mogli la crescita dei propri figli.

Ho invece amato la figura di Casey, la sorella del protagonista, e la figura di Zahid, l’amico e collega, le uniche due persone che hanno un rapporto veramente onesto e paritario con Sam. Zahid è l’unico amico di Sam, è un tipo improbabile, eccentrico e maschilista, che nella vita probabilmente vorrei prendere a ceffoni, ma la sua relazione con Sam va oltre la sua disabilità con spontaneità ed è l’unico a essere totalmente libero da condizionamenti. Casey è la sorella trascurata dalla famiglia (e anche qui potremmo aprire un altro lungo dibattito!), una sorella che lo protegge a scuola, che si fa sentire a colpi di cazzotti per proteggere il prossimo da soprusi e bullismo e che riesce a vivere la sua vita nonostante sia inevitabilmente condizionata dal fratello. Ma davvero pensiamo che gli altri nostri figli non siano condizionati nella vita dalle relazioni con i fratelli neurotipici o non disabili?

Paige è una specie di fidanzata di Sam e sull’autenticità del personaggio ho avuto dubbi fin dalla sua prima apparizione, mi aspettavo da un momento all’altro che la ragione del suo interessamento fosse una tesina sull’autismo o che stesse facendo un’indagine sociologica (terribile, lo so!!!)… oltre a essere fastidiosa oltre ogni limite instaura una relazione che non credo possibile nella realtà, un rapporto che appare sostenuto solo dal desiderio di ricevere la coccarda della più “buona e altruista” della scuola per lei e di sperimentare il sesso per lui. Come se per le persone autistiche non ci fosse altra via di amare o di essere amate… Avrei voluto vedere una relazione d’amore possibile, difficile certo, ma sincera e alla pari.

Ho invece amato molto il ballo silenzioso, un esempio di come l’inclusione non sia creare un luogo speciale per persone speciali con bisogni speciali fuori dal mondo vero, o peggio cercare di aggiustare qualcosa che non “funziona” in una persona, ma sia piuttosto accoglierla per quello che è e rimuovere gli ostacoli tra le persone con disabilità e il contesto, modificare il contesto in cui viviamo per renderlo vivibile e apprezzabile da tutti. La piccola rivoluzione delle cuffie è il simbolo di come gli ostacoli siano essi culturali, fisici o didattici possano essere rimossi e possano cambiare la qualità della vita delle persone in difficoltà senza compromettere quella degli altri.

E la terapista Julie? Davvero non c’era un esempio migliore di cui parlare? Un terapista con cui la madre non si mettesse in competizione, ma collaborasse per il bene del figlio o una terapista che di fronte ad un legittimo sentimento che Sam legge come innamoramento aiutasse il ragazzo a capire meglio cosa prova e lo accompagnasse a distinguere tra amore, gratitudine e bisogno. È chiedere troppo?

Ora mi fermo perché doveva essere solo un commento a caldo ed ero invece curiosa di sapere che impressione aveva fatto a voi. Solo un’ultima cosa: ho guardato la serie con i miei figli e l’hanno adorata (mamma fedifraga a parte!), ho la sensazione che chi non vive quotidianamente la disabilità amerà la serie e ne apprezzerà molti aspetti, e ritengo che al di là delle critiche sia comunque un buon servizio al mondo della disabilità. Parlare di diversità, mostrarla sul grande schermo o in tv, includere le persone con disabilità nelle pubblicità è un modo per lavorare sulla confidenza con la disabilità che ritengo da sempre essere la chiave per modificare i nostri preconcetti e pregiudizi e abbattere le barriere culturali che impediscono la piena accettazione di tutte le sfaccettature della diversità umana.

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