Tu, come mi vedi?

Siamo cresciuti con la paura del diverso. Ci hanno insegnato che quello che era lontano da noi non ci riguardava. Abbiamo imparato che quello che non succede a me, non esiste. Ma è ora di invertire la rotta, prima che sia troppo tardi. E badate bene lo è già troppo tardi, lo è non solo per il mondo della disabilità, ma nelle tragedie che ci circondano e da cui voltiamo gli occhi. La cultura dell’indifferenza, del guardare al proprio orticello, è ora che ceda il passo alla cultura delle responsabilità condivise e dell’empatia.

Dirò una cosa impopolare, ma è la verità. Disabili non solo si nasce, ma anche si diventa. Fate pure tutti gli scongiuri del caso, li faccio anche io con voi. E a dirla tutta, il punto non è nemmeno questo. Il punto è sentirsi diversi perché lo sguardo degli altri ci fa sentire tali. Diversi per uno smartphone, un paio di scarpe o un giubbotto che non ti puoi permettere, diversi perché hai una fede che è solo tua o di pochi nel tuo ambiente, diversi perché sei troppo alto, troppo magro o troppo grosso, perché hai gli occhiali, l’apparecchio o l’acne. Diverso perché hai un pensiero alternativo. Diverso perché a scuola vai troppo bene o perché vai male. Diverso perché hai due genitori dello stesso sesso, perché i tuoi sono separati o perché semplicemente hanno smesso di amarsi. Diverso perché il mondo non va come avevi pensato o come ti avevano promesso e non riesci a raddrizzarlo. Diverso perché nessuno ti ha mai dato davvero una possibilità o ha creduto in te.

Quanta responsabilità dunque nello sguardo degli altri. Uno sguardo che condanna, condiziona e discrimina a volte. Uno sguardo che può essere invece incoraggiante e fiducioso e allora cambia tutto. E’ giunta l’ora! E’ ora che il mondo impari ad avere a che fare con la diversità. Perché essere unici è l’unica cosa che valga davvero la pena essere.

Sono la mamma di una bambina con sindrome di Down, ma mi sono sentita diversa molte altre volte in vita mia. Lo sguardo sicuro di AnnaRose nel film online “How do you see me” — realizzato da CoorDown e Saatchi&Saatchi — e la sua domanda finale mi hanno aperto una voragine di domande e spero che la apra a tutti voi.

Due anni fa in occasione della World Down Syndrome Day insieme a due amiche parlammo del nostro sguardo di mamme e abbiamo chiesto a voi di dire la vostra. Oggi a chiedervelo è AnnaRose direttamente e lo fa per conto di tutti i nostri figli. Con questa domanda ci lancia una sfida sulle nostre aspettative e i nostri pregiudizi a proposito della vita che possono vivere le persone con sindrome di Down o con disabilità in genere. Il dibattito è aperto, ed è più importante che mai perché sono le parole, sono le storie, sono i punti di vista nuovi, è la cultura che fa davvero evolvere una civiltà.

Dunque, tu, come mi vedi?

 

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