In ospedale

Ogni volta che vengo in Ospedale a Monza arrivo trafelata, di corsa anche se sono in anticipo, nervosa per il traffico, preoccupata per la visita, in ansia per gli incastri della giornata e per tutti gli impegni che non so se riuscirò a portare a termine per la variabile tempo della vista, traffico sulla strada del ritorno e quant’altro.

Quando arrivo qui poi cambia tutto. Cambia la prospettiva. Oggi in sala d’aspetto c’era una ragazzina che i miei figli chiamerebbero “un braccialetto rosso” con la mascherina sul volto e due genitori seduti a fianco a lei uno a destra uno sinistra, come due ali. Due angeli custodi, ma impotenti, capaci di dare amore eterno, ma non garanzie di futuro. Capaci di vegliare e avere fiducia, ma con la paura degli esseri umani che tutto vorrebbero controllare, ma che in fondo nulla possono. I loro volti segnati dal dolore e dalla paura, quello della ragazza affondato dentro un cellulare.

Loro non avevano fretta. Di cosa dovremmo aver fretta? Di morire? È lì che il tempo si ferma e le priorità cambiano, è lì che le preoccupazioni, le ansie, la fretta svaniscono, davanti alla vita e la sua fugacità. E nuove unità di misura assumono senso…

Distraggo Emma perché non sono pronta per le sue domande e distolgo il mio sguardo inadeguato. “Io non ho paura” mi dice Emma, in attesa del suo turno di visita, io sì invece penso tra me e me, ma subito mi vergogno. Il lampo della consapevolezza mi prende lì, anche se so che dura poco. Mi sento grata, grata di quella nuova percezione del tempo in cui non si suona il clacson per fare in fretta, non si sbuffa perché il proprio turno non arriva mai, non ci si lamenta per un raffreddore, perché è il caso di essere grati alla vita qui e ora. Sono grata di quello spazio di lucidità improvviso, sono grata di Emma e sì mi sento fortunata per quella sindrome che le permette una vita “normale”, forse a ostacoli, ma una vita, grata della mia vita di mamma perché in fondo il mio è un dolore lieve, un dolore che si ricompone e che si vede da fuori. Non c’è una misura del dolore, credo, né una classifica da stilare, ma il rispetto del dolore dell’altro cambia prospettiva, illumina lo sguardo e ripulisce gli animi egoisti e lamentosi.

Questi pensieri sono arrivati proprio oggi… come per prepararmi, oggi che la visita non è andata bene, oggi che la maglietta con scritto “Wonder Girl” di Emma ha perso i suoi superpoteri, e che la mia eroina non ha passato il tagliando, ma non importa noi siamo tornate sorridenti e serene, pronte per la nostra piccola battaglia. Perché è piccola non lo dimentichiamo e se la affrontiamo con il sorriso vinciamo noi!

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6 pensieri su “In ospedale

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