Judith Scott e l’arte di esprimersi

Quando mi sono imbattuta nella storia di ‪‎Judith Scott‬ rimasi sconvolta. Mentre leggevo la sua storia e guardavo tutti i video che c’erano di lei sulla rete piangevo lacrime di dolore per una vita di isolamento e di solitudine. Ma il lieto fine di questa storia mi ha fatto venire il desiderio di condividerla. Così di ritorno da New York ho raccontato di lei a Donna Moderna.

A New York nei giorni scorsi ho visto la sua mostra straordinaria e ho ritrovato Judith dentro nidi, dentro bozzoli mai diventati farfalla e dentro cuori pulsanti con tutto il suo dolore, ma anche con tutta la sua voglia di raccontare il suo mondo interiore.
L’amore di una sorella e l’arte hanno restituito a questa donna con‪ ‎sindrome di Down‬ la dignità e la possibilità di esprimersi.

Il giorno dopo la Giornata Mondiale della sindrome di Down dove tanto baccano si è fatto con una divertente quanto inutile social action di calzini spaiati, ho voglia di storie di vita come questa. O come quella di Salvatore e Caterina. A New York ho ascoltato adulti con sindrome di down raccontare le loro vite possibili: quella di un ragazzo che viene dalla Mongolia, quella di Stephanie una studentessa universitaria australiana, quella di Shoko una famosa calligrafa giapponese. Ma come le loro ce ne sono tante. Raccontate le vostre e condividete quelle che scoprite. Così facciamo cultura della diversità, così riusciamo a raccontare al mondo che essere differenti è normale.

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3 pensieri su “Judith Scott e l’arte di esprimersi

  1. Ana ha detto:

    Ciao Martina,
    il tuo è un racconto stupendo,una storia molto toccante.Grazie di averla condiviso.
    Però devo confessare che mi rattrista che consideri la “battaglia dei calzini spaiati” una iniziativa inutile.E mi rattrista perche sia il 21 che i giorni precedenti ho ricevuto dai parenti,amici,persone alquanto lontane fisicamente,delle dimostrazioni di affetto tradotte in un “piediselfie” senza volto e quindi senza risultare per qualcuno “appariscente”.Era una foto e basta,che come didascalia portava soltanto il hashtag della iniziativa.
    Persone a cui non è facile esprimersi nel confronto di mia figlia Ana Clara (io sono argentina e mia figlia è nata qua,ma i miei amici,colleghi di lavoro,una vita intera ce l’ho ancora oltreoceano),certamente la amano però per molti di loro iniziare una conversazione sulla SDD non è facile e tanto meno esprimere vicinanza al nostro percorso di crescita.
    Mi dispiace davvero,penso cosa intendi come “utile”,certamente le foto di piedi non lo sono,ma a volte i manuali d’istruzioni sono utili ma in certi momenti lo sono anche le metafore.
    Un forte abbraccio,ti seguo sempre,libro compreso,qua e su facebook.La tua Emma è un sole.Complimenti per la tua partecipazione alla ONU,ho cercato i discorsi e trovati un sacco di video,spero farmi il tempo per vederli.

    • pointsofview ha detto:

      Ciao Ana, hai ragione, tante volte servono le metafore, e se a te hanno fatto bene i calzini spaiati hai fatto bene a portare avanti quella campagna. Quello che volevo dire, senza davvero l’intenzione di voler offendere nessuno è che c’è chi fa solo quello credendo di cambiare il mondo con una foto. Invece dobbiamo tutti fare il nostro pezzettino di strada cambiando la realtà che ci circonda, raccontando storie di vita vera, cercando di cambiare l’immagine stereotipata che il mondo ha dei nostri ragazzi, lottando per i loro diritti… Quindi viva i calzini spaiati se sono un apripista per qualcosa di concreto, e se per te hanno significato sentire vicine persone che in genere non lo sono di certo hai fatto la tua parte! Abbracci

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