Le 10 scuse per non fare beneficenza ovvero la mia decima giornata nazionale delle persone con sindrome di Down

Cosa sia la giornata nazionale delle persone con sindrome di Down forse l’ho capito solo quest’anno. Ero sempre rimasta dietro le quinte. I primi anni ne godevo con poca consapevolezza andando alle attività organizzate dalle associazioni. L’energia che mi ha dato stare al banco di AGPD ieri e’ stata unica.

La giornata è iniziata la mattina a Monza dove ho presentato il libro al punto di ritrovo dell’associazione Capirsi Down. A Monza ho trascorso quasi tutte le mie giornate nazionali e sono felice di aver cominciato qui le mie presentazioni. Si era messo tutto di traverso: il gruppo elettrogeno che non funzionava, quindi niente microfono e niente musica, e i libri non erano arrivati, ma il calore delle persone intervenute e i tanti amici presenti hanno fatto svoltare la giornata. I bambini hanno corso e giocato in Piazza San Paolo felici, ho abbracciato vecchi amici e incrociato lo sguardo perso di una neomamma. A fine mattinata ho acquistato il cioccolato e sono scappata a Milano.

Il 12 ottobre era anche la seconda Giornata Nazionale delle Famiglie al Museo e avevo un impegno lavorativo a cui non potevo e non volevo mancare, quindi ho passato il primo pomeriggio a Brera con le mie ragazze per un laboratorio fantastico che ha organizzato la redazione di Topolino. La mia identità spezzata in due, la mamma e la professionista, o se la vogliamo vedere in positivo, la sintesi di me in un unico giorno di festa.

Da Brera mi sono spostata da Gap al banchetto del cioccolato di AGPD dove volevo chiudere la mia giornata. Qui oltre al cioccolato mi aspettava uno spaccato della nostra società degno di un’indagine sociologica. Come la gente reagisce a un banchetto di solidarietà è il rimando perfetto della società che ci circonda.

Il primo premio per l’indifferenza lo hanno vinto le signore di mezza età dall’aria altezzosa con al braccio una borsa con cui si potrebbe pagare l’affitto di un trilocale almeno un paio di mesi, tiravano dritto evitando l’approccio o rispondevano con un “no no, grazie, non mi interessa!” C’è stato chi addirittura ha finto di telefonare non appena ci ha visto all’ingresso, pur di non essere intercettato dai volontari…

Con le mie compagne di avventura abbiamo stilato la top ten delle risposte di chi voleva declinare, facendoci sonore risate:

  1. “5 minuti di pace”
  2. “Mi hanno già spillato 10 euro i marocchini mettetevi d’accordo”
  3. “Faccio un giro dentro e passo dopo!” salvo poi uscire dalla porta sul retro
  4. “Non mi piace la cioccolata”
  5. “Ma oggi è la giornata nazionale di tutto?”
  6. “No grazie mio marito è un medico”
  7. “So quello che devo fare…” della serie io la beneficienza la faccio già, non sarà lei a dirmi come devo spendere i miei soldi!
  8. “Oh poverini…” E noi in coro a rassicurare la signora che stavamo alla grande.
  9. “Oh no grazie! Si figuri che io ne ho anche uno in classe!” La maestra ha già dato.
  10. “Ah c’erano i Down anche da Geox…” Pensavo si riferissero al progetto Geox for Valemour, salvo poi scoprire che c’era un picchetto vicino al negozio contro la macellazione dei cavalli.

Non ci è restato che riderci sopra, anche perché c’è anche l’altro lato della medaglia. L’energia positiva è arrivata dai tanti incontri belli, da alcuni occhi incrociati e sorrisi scambiati. C’è chi è venuto apposta perché sapeva di trovarci e chi ha voluto fare una foto ricordo. La vera scoperta sono stati gli stranieri e i giovani. Tutti gli stranieri con cui ho parlato sono tornati a casa con il cioccolato, abituati a queste cose più di noi, chiedevano informazioni precise ed erano felici di contribuire.
La vera scoperta sono stati i giovani, coppie o gruppi di amici, attenti, disponibili, aperti e anche quando non avevano disponibilità riuscivano a far colletta fra loro pur di arrivare a far la loro parte. E questo mi fa guardare al futuro con ottimismo.

C’era anche Emma al banchetto, con la sua omonima amica si sono scelte una posizione strategica sulle scale del negozio e hanno coinvolto decine e decine di persone che si sono fermate, le hanno ascoltate, e sono stati felici di partecipare. Probabilmente oltre a raccogliere i preziosi fondi per i progetti dell’associazione abbiamo fatto anche un po’ di sana cultura della diversità.

La ciliegina sulla torta della giornata viene sempre da lei, Emma. Al momento di andare a dormire era ancora molto agitata, è stata una giornata piena anche per lei. “Mamma —mi ha detto­— non riesco a dormire… Io emozionata. Io venduto tanto cioccolato, divertita tanto. … E poi — con la voce rotta — tu hai parlato a Monza, parlato di libro e di una bambina che si chiama Emma, che sono io!”

Eccola qui la mia Emma: piccola donna consapevole che cresce.

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