Le 10 cose che ho imparato nella peggior corsa della mia vita

Stramilano 2014Domenica ho corso la mezza maratona di Milano: la Stramilano agonistica.

E’ stata la peggior corsa a cui abbia partecipato, ma per dirla con Murakami “Ciò che conta per me, per il corridore che sono, è tagliare un traguardo dopo l’altro, con le mie gambe. Usare tutte le forze che sono necessarie, sopportare tutto ciò che devo, e alla fine essere contento di me. Imparare qualcosa di concreto – piccolo finchè si vuole, ma concreto – dagli sbagli che faccio e dalla gioia che provo.” E così è stato anche questa volta.

Avevo passato una settimana impegnativa tra la febbre, il lavoro, la campagna per la giornata mondiale della sindrome di down, una settimana faticosa e piena di emozioni, una settimana in cui avevo saltato ogni allenamento in programma vista la salute precaria.
“Una settimana di scarico ti farà bene”, mi avevano detto e io ci contavo, d’altra parte non avevo scelta, e se anche sapevo di non avere km sulle gambe per affrontare la gara, avevo voglia di correre ancora una volta 21 km.
La verità è questa, dopo la maratona di Praga dello scorso anno non avevo più corso con costanza a causa di un brutto infortunio alla caviglia e avevo bisogno di dimostrare a me stessa che potevo ancora correre una mezza sia in termini di resistenza sia di determinazione e costanza negli allenamenti.

Partivo senza aspettative, come sempre, con Stefania un’amica che non aveva mai corso una mezza e che mi aveva chiesto di correrla insieme. Con noi è venuto Vincenzo un professionista che aveva appena realizzato il suo PB e che voleva farci da mentore.
Il pre-gara e’ stato allegro e spensierato, il tempo teneva nonostante le catastrofiche previsioni di pioggia non dessero speranze. Avevo pure incontrato due Mommies, Jessica e Anna, e scattato una foto per immortalare l’incontro. Grinta ed energia allo stato puro, sorrisi e poche parole in quel momento, quello che c’è da dire noi ce lo diciamo nel gruppo delle Runningformommies e in quel momento bastava guardarci negli occhi: “Buona corsa, ragazze!”.

Siamo partiti troppo forte rispetto al programma e l’ho capito subito, ma non volevo lamentarmi e l’atmosfera di festa e di agonismo che si respirava mi ha incoraggiato a tenere il passo. Facevo fatica, tanta fatica, il tibiale bruciava come al solito, ma sapevo che mi avrebbe lasciata in pace intorno all’8 km, così tenevo duro.
Al 5 km Rita, Alberto e i loro bambini ci aspettavano per un saluto dopo aver concluso la Stramilanina, i loro visi li ho richiamati come un mantra per tutto il resto della gara.
I miei amici erano allegri, scherzavano e parlavano, io non avevo nemmeno la forza di sorridere. Al 15 km sono scoppiata e ho cominciato a implorarli di allungare da soli e di lasciarmi andare al mio passo. Mi girava la testa, avevo delle sensazioni negative in tutto il corpo e mi ha preso la paura di sentirmi male e la rabbia perché non riuscivo a godermi la corsa. La paura paralizza le gambe e la rabbia toglie lucidità. E io avevo bisogno sia di gambe sia di testa per arrivare in fondo.
Una signora in rosso ci ha raggiunto e mi ha visto camminare, ha protestato: “Non potete mollare adesso, siete state le nostre lepri fino ad ora, andiamo fino in fondo tutti insieme!” Siamo scoppiati a ridere, noi le lepri! I miei compagni di corsa hanno rallentato per stare con me, amici veri, ma io mi sentivo ancora peggio. Volevo che si godessero la loro gara e che mi lasciassero trovare il mio passo e soffrire da sola.
“Andate, se no mi fermo qui!” ho detto come una bambina capricciosa e così mi hanno lasciata a quattro km dall’arrivo. Ho recuperato lucidità e condiviso solo con me stessa la mia fatica, trovato le mie risorse e corso con altre persone in difficoltà come me.

Un ragazzo che aveva già finito la corsa a metà del Sempione mi ha sorriso e allungato il suo Gatorade “se non ti fa schifo!”
Sono cose belle! Non mi piace il Gatorade, ma se mi avesse allungato una birra non mi avrebbe fatto schifo. Avrei voluto dirglielo, ma ho solo trovato la forza di sorridere. Il suo sorriso e il suo gesto mi hanno dato una botta di vita.
Ero all’altezza del parco a poche decine di metri dall’Arena e due bimbi orientali si sono messi a correre accanto a me oltre la transenna, avevano lasciato il babbo senza fiato e volevano sfidare anche me. Un altro sorriso incoraggiante ed ero incredibilmente arrivata.

All’Arena la gente se ne stava andando, ma aveva ancora voglia di incoraggiare i runner che stavano arrivando, tutti partecipi della stessa fatica. La verità è questa che tu ci abbia messo un’ora o due e mezza sempre 21 km e spicci hai corso e questa cosa unisce non c’è che dire!
L’ingresso all’Arena è magico sempre, anche se hai sofferto tutta la corsa, e ti carica di energie nuove, ho visto un signore davanti a me gli ultimi cento metri e la rabbia per non essermi goduta quella corsa è uscita da me come una molla all’improvviso, ho accelerato, l’ho raggiungo e superato, come una sciocca che non si sa bene cosa voglia dimostrare.
Ho preso la mia medaglia, consegnato il chip e abbracciato gli amici che mi aspettavano sorridenti.
Eccomi qui, ancora una volta all’arrivo e ancora una volta felice!

Sì, perché nonostante la fatica e la “peggior corsa della mia vita” ho imparato delle cose belle:

1. Gli amici ti sostengono sempre nel momento del bisogno, ma sanno anche quando ti devono lasciare solo.

2. Nei serpentoni umani delle maratone c’è tanta vita che scorre, tante motivazioni, tante storie, tanti progetti, ognuno ha il suo e valgono tutti allo stesso modo.

3. Che tu ci metta 1 ora e 1 minuto come Thomas, il vincitore di questa edizione, o 3 ore e 08 come Antonio Benito di 80 anni, l’ultimo a tagliare il traguardo, hai percorso gli stessi 21 km e qualcosa di unico ti unisce.

4. Correre mette in circolo energie positive, chiamale endorfine, chiamale come ti pare, io quando finisco una corsa anche la più dura, anche la più sofferta, anche la più rabbiosa, sono felice!

5. Gara chiama gara, una volta finita stai già pensando alla prossima e nel giro di una decina di giorni ti sei già iscritta alla successiva.

6. La testa è tutto quando le gambe non girano, è vero, ma anche un sorriso lungo la strada è energia pura.

7. Per ogni str…o che suona il clacson per la strada bloccata dalla maratona c’è sempre un volontario, una famiglia ad un semaforo o una persona sconosciuta che ti applaude e ti incoraggia ad andare avanti.

8. Serve un mantra! Quando credi di non farcela più puoi ricorrere a una sequenza di immagini o parole che conosci, che hai preparato per l’occasione e che sai ti possono dare una mano. Se non ce l’hai, inventa il tuo!

9. Per ogni “non ce la faccio” c’è sempre un residuo di energia da qualche parte a cui attingere, trovalo!

10. La corsa è una metafora della vita per questo la amo. E per usare ancora una volta le parole di Murakami, nella corsa così come nella vita, “concentro la mia attenzione su ogni singolo passo, ma al tempo stesso cerco di avere una visione globale, e di guardare lontano.”

Annunci

3 pensieri su “Le 10 cose che ho imparato nella peggior corsa della mia vita

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...