La mia prima maratona

Oggi ho bisogno più che mai di quei ricordi. Per due motivi: la ragione per cui ho cominciato a correre era unarabbia che mi stava divorando dentro che attraverso la corsa ho domato e sono quasi una donna nuova, ieri ho rivisto in faccia questa rabbia e ne ho avuto paura. L’altro motivo è il bisogno di correre, la dipendenza, la caviglia non mi da pace e io non posso correre, ma ne ho bisogno, ho bisogno di quell’energia da riversare poi nella vita di tutti i giorni.

Guardare a quel giorno spero mi faccia bene…

Il giorno dopo averla corsa davvero, le emozioni e le immagini che ho memorizzato lungo i 42 km si rincorrono nella mia testa e non riesco a fermarle. Provo a scrivere da mesi queste righe per fissare quel momento, un momento durato oltre 5 ore, ma le parole non sono mai abbastanza,non racconteranno mai cosa vuol dire correre una maratona.

Ricordo la meraviglia di un cielo azzurro che non mi aspettavo sopra le teste dei 10000 maratoneti in attesa come me del VIA.
Ricordo un gruppo di Modena di uomini e donne di mezza età. Uno aveva un palloncino dietro la schiena con scritto 50, pensavo fosse il suo 50esimo compleanno, invece era la sua 50esima maratona, e come se non fosse abbastanza incredibile il suo amico ne festeggiava 103 e la sua amica 97, li ho fotografati per non dimenticarmeli.

Ricordo le note della “Moldava” al via che mi hanno travolto insieme al fiume di gente e le lacrime di gioia che non sono riuscita a trattenere, passando nella piazza della torre dell’orologio tra il pubblico incitante. Credo che non potrò mai più sentire quella musica senza provare quel nodo in gola.

Ricordo gli sguardi d’intesa condivisi con la mia amica Rita, sguardi privi di parole, come se in quel momento non ce ne fosse bisogno, tanto potente era la certezza che l’altra capisse cosa ti passava nella testa e nell’anima.

Ricordo la gioia nell’incrociare i miei amici infortunati che hanno rinunciato alla corsa e che al 15esimo km erano lì adaspettarci e a incoraggiarci.
Ricordo i bambini che allungavano la mano lungoil percorso per darti il 5, non ne ho perso uno, anche se significava tornare indietro, “perdere tempo”, pensando ai miei di bambini che erano a casa adaspettarmi e a cui volevo portare la mia medaglia.

Ricordo i bambini all’arrivo che ci mettevano al collo la medaglia: erano 5 in fila e io ho scelto la rossa, come se a incoronarmi “Finisher” fosse la mia Giulia, ai suoi complimenti ho ricambiato con una carezza, anche se avrei voluto abbracciarla.

Ho impresso nella testa l’immagine dei tre ponti pieni di runner, io ero in coda ad un lungo serpentone di pensieri, progetti, mete, obiettivi e dal mio ponte potevo vedere gli altri due e tutti quei puntini colorati che erano le loro maglie che si inseguivano fino a diventare una linea continua come in un dipinto impressionista.

Ricordo il gruppo di runner solitario che ha corso con noi tutto il tempo: 500 metri avanti, 500 metri indietro. In coda al gruppo si rimane in pochi, il ritmo è il tuo ritmo e gli ultimi 8, 10 km finisce che li fai insieme. Sono sconosciuti, ma diventano compagni di viaggio e non te li dimenticherai mai. Prima fra tutte la ragazza con la maglia dei Boston Celtics, un tributo a quella città in memoria della tragedia di poche settimane prima. E poi il messicano di mezza età, tutto tatuato, che indossava la maglia con la bandiera del suo paese, orgoglioso di se’ e della sua terra.

E infine noi. Io e Rita. Le nostre ragioni, le nostre motivazioni, i nostri pensieri, che abbiamo ascoltato lungo 42 km, i dolori del corpo, i nostri limiti che abbiamo assecondato e gestito con pazienza e determinazione, senza mollare mai, con il pensiero rivolto a Emma e Francesco, che tutti i giorni ci danno lezioni di questo, e con una dedica speciale a lei, che non c’è più, ma era lì con noi.1380274_10202081819275903_89424590_n

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