Del senso di colpa

430704_3408885749808_800435509_nDue settimane fa a una presentazione di un libro, il giornalista chiede all’autore: “perché ti senti in colpa?” Questa domanda mi perseguita da quel giorno, perché mi sento in colpa? Di cosa è fatto il senso di colpa che provo ogni giorno nella mia vita di mamma di Emma, una bambina con la sindrome di Down?

Dal giorno in cui è nata provarono a spiegarmi che non è stata colpa mia, ricordo il viso della neonatologa, i suoi gesti, le sue parole, come se l’avessi davanti oggi, ricordo le argomentazioni scientifiche che mi diede per spiegarmi che non c’è responsabilità, e che la trisomia libera è un caso, uno tra… Poi fu il turno della neuropsichiatra e della genetista. Ma io non credo di essermi sentita in colpa allora, perché aveva messo al mondo una bambina con la sindrome di down, ero più preoccupata che fosse in salute, che il suo cuore funzionasse, che tutte le patologie connesse alla sindrome fossero per il momento scongiurate.

Il primo senso di colpa lo provai verso mio marito Paolo, nonostante avessimo parlato a lungo delle diagnosi prenatali, nonostante avessimo scelto consapevolmente di non fare l’amniocentesi. Il primo grande punto interrogativo che mi offuscò la vista appena nata Emma fu: “Ma Paolo che ne pensava veramente? Quanto questa è stata davvero una nostra decisione e quanto invece una mia presa di posizione?” Io stavo bene, io sapevo che cosa avevo scelto, avevo paura di un mondo sconosciuto, ma ero pronta, lo ero sempre stata, avevo scavato bene dentro di me e avevo scelto quest’eventualità, ma dove finiva la mia scelta e dove iniziava la nostra? L’amore di Paolo per Emma, la spontaneità nell’interagire con lei, la fermezza con cui le chiede sempre di più e allo stesso tempo l’amore con cui le concede la tolleranza che agli altri figli non concede hanno fatto la loro parte nello stemperare il senso di colpa di aver imposto la propria rotta alla vita di un altro, il tempo ha fatto il resto.

Il secondo senso di colpa in ordine di tempo l’ho provato verso Giulia, la sorella maggiore, una bambina che aveva vissuto tre anni con gli occhi di tutti puntati addosso, con le attenzioni di nonni, zii, amici, la “prima bambina” in tutti i nostri contesti familiari e sociali. Mi sentivo in colpa già quando ero incinta, in verità, una parte di me sentiva che la stava privando di qualcosa, come se l’amore si spartisse, invece che moltiplicarsi come scoprii poi. Giulia aspettava una sorellina con cui giocare, una compagna di vita, una Emma tutta da scoprire, ma non certo una bambina che le avrebbe tolto all’improvviso gli occhi di tutti da lei, le attenzioni di tutti, le braccia di tutti, le preoccupazioni di tutti, gli occhi nei suoi occhi di mamma e papà. Ricordo una bambina disorientata, ricordo una bambina impaziente che la mamma tornasse a casa dall’ospedale ed invece ogni giorni le dimissioni venivano rimandate, una mamma che una volta a casa aveva sempre una mocciosa attaccata al seno o da cambiare o da far addormentare. Le visite parenti che si susseguivano: i primi sguardi o gli urletti di gioia o di benvenuto, i pacchetti da scartare erano per la nuova arrivata e non più per lei. Ma questo vale per tutti i primogeniti all’arrivo dei fratelli, non credo davvero di aver tolto qualcosa a Giulia, credo di averle dato qualcosa, credo di averle dato molto dandole due fratelli, un’opportunità, anzi due, di imparare a condividere i sentimenti, le attenzioni, le cure prima e tutti i beni materiali poi, di imparare a relazionarsi con qualcuno di diverso da sé, e non parlo di Emma ma anche di Cesare. Il vero senso di colpa che provo per Giulia è per averla fatta entrare nel mondo delle cose definitive prima del tempo, Giulia ha conosciuto la responsabilità e la preoccupazione da bambina, è entrata nel mondo delle domande sul senso della vita con troppo anticipo, sento di averle tolto spensieratezza e spontaneità, Giulia è la sorella di Emma ed Emma è la sorella di Giulia e così sarà sempre. E il senso di colpa di aver predeterminato in qualche modo la sua vita, di aver dato anche a lei il suo zaino, non si stempererà mai.

Infine il senso di colpa che provo verso Emma, non tanto per averla generata con la sindrome di Down, piuttosto per non essere pronta, per non essere abbastanza, per non essere all’altezza… Cosa posso fare io per una bambina con la sindrome di down? Cosa posso fare io per toglierle quel cromosoma? Cosa possa fare io per alleggerire le sue fatiche? Cosa posso fare io per insegnarle a parlare? Cosa posso fare io per risparmiarle delusioni, rifiuti, esclusioni? Cosa posso fare io? Nulla… fu la prima risposta e rimane anche l’ultima. Io la amo immensamente, ma il mio amore non può combattere tutto questo e non può risparmiarle nulla, posso solo creare il contesto migliore perché lei fiorisca al meglio delle sue potenzialità. Mi arrabatto come madre in genere, mi arrabatto come madre di Emma ancora di più, ci provo, scelgo specialisti, perseguo metodi, seleziono terapisti, leggo libri, mi confronto con genitori, combatto per un’ora di sostegno in più a scuola, scelgo di mandarla a scuola invece di fermarla un anno in più alla materna, prendo decisioni e faccio scelte per lei tutti i giorni e l’accompagno nella vita sentendomi sempre in difetto e sempre inadeguata.

Ma credo che il senso di colpa che mi accompagnerà per sempre sia quello che provo quando io per prima la tratto come una figlia diversa, una persona diversa… Quando la guardo provare a fare qualcosa e penso che non ci riuscirà, quando mi sostituisco a lei nel fare qualcosa perché lo faccio meglio e prima, quando verso l’acqua al posto suo perché non voglio che la rovesci, quando faccio una cosa al posto suo anche se so che la sa fare, ma per abitudine e perché la mia esigenza è di accelerare i tempi la faccio io. Mi odio per questo! Io, sua madre, mi spazientisco per i tempi dilatati! Io, sua madre, a volte non credo che lei possa farcela! Io sua madre sono la prima a trattarla diversamente! Lo sguardo rassegnato, la fretta, le chiedo troppo o troppo poco, quando rinuncio prima di averle permesso di provarci, addirittura ci sono istanti in cui dimentico che lei ha la sindrome e fa così per questo, le è più difficile per questo… io mi concedo il lusso di rimuovere, ma lei è un lusso che non potrà concedersi mai!

E lei, invece, è sempre pronta a ricordarmi che ce la fa, e se non ce la fa ci prova, che ce la sta mettendo tutta, che sa fare, che ha competenze, che vuole provarci… Lei che ha imparato a nuotare a dorso, lei che sale sul cavallo anche se fino all’anno scorso ne aveva il terrore, lei che chiede di imparare a scrivere il corsivo quando io e le maestre vogliamo risparmiarglielo, lei che vince a calcetto contro suo fratello, lei che si arrabbia e protesta davanti ad un’ingiustizia, lei che esprime anche se a fatica le sue ragioni, lei che è sempre a suo agio in qualsiasi contesto, lei che cerca il suo posto nel mondo con i talenti che la vita le ha messo a disposizione e nonostante quelli che le ha tolto.

Ecco è questo che non mi perdonerò mai, è questo che mi fa sentire inadeguata, è questo che mi condanna per sempre al senso di colpa e che solo l’orgoglio, la stima e la fiducia che ripongo in lei mi aiutano a conviverci.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...