La bambina dottoressa

535706_10152667684615471_1111868005_nQuando ero incinta di Emma, andavo ogni mese a fare gli esami del sangue alla Casa di Cura Pio X, l’ospedale vicino a casa. Ero andata lì anche per Giulia e poi per Cesare. Ma accadde solo quando andavo a fare gli esami di Emma. Tutti i mesi andavo a quell’appuntamento, ogni volta con la pancia un po’ più grossa, ogni volta con i miei pensieri di futura mamma, la mia attesa e le mie attese. In tutte quelle occasioni ho incontrato una ragazza con la sindrome di down nella sala d’aspetto seduta con un libro in mano, assorta nella lettura. Erano le 7:30, 7:45 e lei puntualmente alle 8 chiudeva il libro, si alzava, e andava via. Avevo costruito la sua storia immaginaria, come si fa con gli sconosciuti che incontri nell’autobus quando ti soffermi a osservarli e a pensare che storia c’è dietro quel viso, o dietro quel gesto, o dietro quel pezzo di conversazione telefonica che ascolti anche se non dovresti. La storia era quella della figlia dodicenne di una infermiera dell’ospedale, addetta al laboratorio di analisi, che arrivava tutti i giorni con la figlia nel posto di lavoro, la ragazza, appassionata di letteratura, leggeva paziente in sala d’aspetto fino all’ora di andare a scuola e poi andava da sola incontro alla sua giornata scolastica. Mi piaceva quella ragazza, mi piaceva la sua passione per la lettura, mi piaceva che la mamma la portasse con se’ al lavoro, mi piaceva che poi andasse a scuola da sola.

In verità di lei non sapevo proprio nulla, e non sapevo nulla nemmeno di Emma. E in quei nove mesi mai ho fatto un pensiero rivolto a me stessa e alla mia bambina, guardavo la sua vita con interesse, ma non con la curiosità morbosa che vedo a volte negli occhi di chi guarda la vita di mia figlia, guardavo la sua sicurezza e serenità libera da pensieri o da compassione. Semplicemente mi piaceva quell’immagine. Ma quando Emma nacque, ovviamente pensai a lei e alla sua storia. Pensai a quell’incontro come a un presagio, come ad un messaggio della vita, come a una coincidenza straordinaria, ma piena di senso come sono sempre le coincidenze se ci leggiamo dentro.

E’ passato tanto tempo e ho pensato spesso a lei. Non l’ho più incontrata, nemmeno quando ho fatto gli esami quando ero incinta di Cesare, nello stesso posto alla stessa ora per nove volte. Mi è capitato piuttosto di pensare che non l’avevo mai davvero incontrata, che fosse solo un’immagine, solo una proiezione della mia mente che mi stava preparando all’arrivo di Emma.

Fino ad oggi, che sono ritornata in quell’ospedale con Cesare per degli esami. Eravamo in attesa in sala d’aspetto, io gli parlavo di quello che avremmo dovuto fare per prepararlo alla puntura che lo aspettava, che non aveva mai fatto e di cui aveva paura. All’improvviso una ragazza con i capelli lunghi bruni, una frangetta che gli inquadrava gli occhi, uscì da una porta dietro il banco dell’accettazione, aveva un camice bianco e delle cartelle mediche in mano e andava con passo strisciato verso lo studio di un medico. Cesare la guarda e mi dice con un sorriso radioso: “mamma, guarda, una bambina dottoressa!!!” Era sorpreso e ammirato.

Era lei, era la ragazza che avevo incontrato lì 7 anni fa e che mi aveva parlato della mia Emma prima che nascesse che mi aveva preparato ad un’accoglienza serena. Avrà almeno 19 anni oggi, anche se sembra ancora una bambina, e vederla nel suo camice bianco e nel suo compito professionale mi ha aperto il cuore, ancora una volta non di compassione o di sentimentalismo. Esisteva davvero, ero quasi sorpresa anch’io come Cesare, e ammirata per la strada che aveva fatto in questi 7 anni.

Sono incontri che fanno bene al cuore, anche se non ci si sfiora nemmeno. Avrei voluto parlarle, conoscerla, conoscere la sua storia, ma questo sì sarebbe stato morboso, l’ho contemplata con la stessa meraviglia di Cesare… continuerò a immaginarla io la sua storia. La sua bella storia.

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