3 figli, 3 scuole a distanza.

Il giorno in cui hanno annunciato la chiusura delle scuole a casa nostra è stata una festa: i miei figli ballavano, cantavano, si abbracciavano, ignari di quanto sarebbe durato e che un giorno avrebbero detto “mi manca la scuola”. Quando vivevamo a Istanbul la legge prevedeva che nei giorni di neve non si andasse a scuola, gli snow days erano i giorni più attesi dagli studenti turchi per conquistare una vacanza extra. L’annuncio del presidente del consiglio quella sera di febbraio è stato accolto nella mia famiglia come una settimana di neve: scuole chiuse, tutti a casa dietro le finestre a guardare la meraviglia della natura che fa il suo corso, inconsapevoli del dramma che si stava consumando. 

Giulia, Emma e Cesare sono tre universi distinti, hanno in comune solo le loro radici e qualche dettaglio di dna, per il resto sono diversi in tutto, dal colore di capelli all’approccio alla vita.

Giulia è serena, partecipa alla scuola on line con rigore e studia con impegno. Mette la stessa cura nello scrivere gli appunti e organizzarli con metodo e ha le stesse ansie per le interrogazioni che aveva nella scuola ordinaria. Fa orario pieno e la sua scuola si è organizzata con efficienza dal primo giorno. Ha riordinato la sua stanza, fatto decluttering nell’armadio e organizzato lo spazio, guarda serie tv e chatta con le amiche. È la Giulia di sempre insomma, una ragazza di quasi 18 anni che ama stare a casa tanto quanto andare in giro con gli amici ed esplorare il mondo.

Cesare non ha le video lezioni, per ora la sua scuola si è organizzata con una piattaforma in cui alunni e insegnanti dialogano asincroni. I professori postano i compiti, messaggi per gli alunni, video, e qualche proposta di approfondimento. Gli insegnanti fanno del loro meglio, ma è evidente che la mancanza di un contatto reale con i loro alunni li preoccupa. Gli studenti reagiscono come possono e a seconda del loro carattere: c’è chi fa il minimo indispensabile e chi coglie gli stimoli che gli vengono offerti con proattività. Cesare fa quello che deve e appena può scappa davanti alla play station, ai video di youtube, e al cubo di Rubik. Gli amici li frequenta in rete, è allenato a questo, lo ha imparato quando vivevamo all’estero, gli amici veri ti aspettano anche per anni e ha la certezza che quando la quarantena finirà tutto tornerà come prima. Cesare è stato il primo ad annunciare “voglio tonare a scuola”. Ha un’intelligenza creativa, non impara con metodo e rigore, impara per stimoli e esperienza, non legge e ripete, ascolta le lezioni, fa domande e apprende, ha bisogno di esperienza, ha bisogno di insegnanti che lo stimolino, che lo incuriosiscano, che lo apprezzino. Non è così per tutti? Credo che lo sia, ma per alcuni è l’unica opzione. Cesare ha bisogno della scuola come l’aria che respira, senza saperlo, e forse questa quarantena glielo sta insegnando.

Emma? Emma non si lamenta. Non si lamenta perché è Emma, lei non si lamenta mai. Lei brontola se le proponi la penna blu e invece lei vuole usare la rossa, se le chiedi di sparecchiare e ha già apparecchiato, potresti passarci mezza giornata a negoziare su questo, ma se c’è da fare l’esame del sangue, una visita medica, una sala d’attesa in ospedale di 4 ore, se c’è da cambiare paese e adattarsi a una nuova città, una nuova lingua, una nuova scuola, se c’è da rimanere chiusi in casa senza scuola, senza amici, senza associazione, senza teatro, lei non dice una parola. Sa perché e si adegua. È flessibile con le cose grandi, irremovibile con le cose piccole. La sua scuola è organizzata in modo ancora diverso: qualche lezione in video, verifiche e interrogazioni on line, compiti puntuali sul registro elettronico. All’inizio quando le lezioni on line scarseggiavano è stato difficilissimo, la mancanza dei compagni e degli insegnanti era pesantissima, facevamo insieme i compiti assegnati, ma senza troppa consapevolezza e motivazione. Poi gli appuntamenti delle video lezioni le hanno dato nuovi stimoli. Gli insegnanti di sostegno e l’educatrice le mandano schemi, le assegnano i compiti, la assistono nelle interrogazioni, ma per una ragazza con disabilità intellettiva non è sufficiente. Si fa quel che si può in estrema sintesi, ma la verità è che per un alunno con disabilità intellettiva la scuola a distanza è un disastro e le disuguaglianze già esistenti diventano voragini e questo al di là della buona volontà degli insegnanti.

Emma è precisa e puntuale, ma per esempio in questo momento ha perso totalmente il senso del tempo e del ritmo della settimana, la scuola scandiva il suo ritmo settimanale, ora con giornate tutte uguali e chiusa in casa fatica a orientarsi nel tempo. Tre mesi così ed perderà molte delle nozioni e delle competenze acquisite, tre mesi così ed Emma avrà una netta regressione anche nei comportamenti sociali e nelle autonomie. Tre mesi così ed Emma sarà più sola di quanto già non fosse. Per Emma la scuola è una palestra, e si sa quando i muscoli non si allenano per un po’ poi bisogna ricominciare da capo. Emma non impara dai libri e dagli esercizi, Emma impara nella relazione e nell’esperienza, se vengono a mancare la mediazione degli insegnanti e la risorsa fondamentale dei compagni, il piacere della condivisione, la voglia di dimostrare che anche lei ce la fa… addio apprendimenti. In questo momento non mi preoccupano tanto gli aspetti didattici, l’esperienza di scuola all’estero mi ha dimostrato quanto possano essere flessibili i ragazzi e che si sopravvive bene anche avendo fatto dei programmi diversi e questo vale per tutti i miei figli. Emma da ogni paese in cui abbiamo vissuto ha saputo portarsi a casa un bagaglio di competenze, sempre diverse, che non necessariamente erano nozioni o apprendimenti didattici, ma più facilmente abilità e competenze ed anche da questa esperienza sono fiduciosa che ne ricaverà qualcosa. Da questa quarantena ne uscirà di certo sapendo usare mail, registro elettronico, classroom, meet e zoom alla grande, e sapremo guardare il bicchiere mezzo pieno, ma quello che mi preoccupa molto di più è l’impatto che questo avrà su di lei in una fase così cruciale della crescita in termini di autonomie personali che non ha occasione di sperimentare e l’impatto che l’isolamento avrà sulle sue già difficili relazioni sociali.

Credo che gli insegnanti e gli alunni stiano facendo tutti del loro meglio e che siano solo venute a galla le debolezze del nostro sistema scolastico: una scuola fondata sulle lezioni frontali, nozionistica e con l’ossessione dei programmi ministeriali da portare a termine come la nostra non può reggere l’impatto della scuola a distanza, per il resto le cose che non funzionavano prima, non funzionano nemmeno ora, e le cose che invece funzionavano, con qualche aggiustamento e compromesso continuano a funzionare. Gli insegnanti che sapevano coinvolgere gli alunni in classe sono gli stessi che riescono a coinvolgerli con un messaggio o una videolezione, chi si è reinventato e ha trovato strategie efficaci durante la scuola a distanza è lo stesso insegnante che si mette in discussione ogni anno a seconda della classe che ha di fronte, gli insegnanti che non lasciavano indietro nessuno, non si dimenticano i loro alunni nemmeno durante il lockdown.