Il cancro è passato anche di qua.

“Ho il cancro!”  va detto ad alta voce. Aiuta me e aiuta chi ci è passato o ci passerà. Ognuno di noi se non l’ha vissuto direttamente ha un parente o un amico che ci è passato o ci sta passando. Se è fortunato ne è uscito, anche se non lo ha dimenticato, se non è stato fortunato se n’è andato lasciando un segno indelebile. Ognuno di noi ne è toccato più o meno direttamente e guardarlo in faccia senza filtri aiuta.

L’ho imparato nella mia attività di advocate della sindrome di Down, mi sono battuta per non girare intorno alle parole e per chiamare la disabilità con il suo nome senza eufemismi e senza eccezionalizzare. Mi sono battuta per dire che una persona disabile non è “speciale”. A volte ho pensato che non dovevo permettermi di parlare per mia figlia perché non la stavo vivendo sulla mia pelle, ma ora che ci sono dentro fino al collo ci credo ancora di più e penso che questo valga anche per chi ha il cancro. Nadia Toffa ha parlato di “guerrieri”, capisco cosa intende, ma ho bisogno di andare anche oltre a questo. Combattere il cancro è più facile, se lo facciamo in un clima di normalità.

Per due mesi mi sono chiusa a riccio, ne ho parlato solo a mio marito, ai miei figli, a mia madre, e a pochissimi intimi amici. Prima di tutto perchè a meno persone lo dicevo e meno era vero, poi perché non volevo appesantire i loro cuori e i loro pensieri di preoccupazione. Volevo proteggere le persone che amo da questo dolore e infine temevo di essere trattata in modo “speciale” non appena avessero saputo della mia malattia.

Non ho scritto una riga sull’argomento, cosa di cui in genere ho bisogno come l’aria che respiro, ad eccezione di due mail. La notte prima dell’intervento ho scritto alla mia migliore amica per dirle tutto ciò che avevo da dire, non perchè l’intervento fosse particolarmente rischioso e temessi il peggio, ma perchè ci sono cose che uno vuole dire prima. È come se sradicare il cancro dal mio corpo segnasse chiaramente un prima e un dopo, come se sapessi che da quell’intervento sarei uscita diversa. A poche ore dall’intervento ho scritto un messaggio ad Alessandro Milan, il marito di Francesca del Rosso – Wondy. Mi sento molto legata a lei e lo ero in tempi non sospetti prima di entrare in questo tunnel, figuriamoci ora. Era proprio il giorno dell’anniversario della morte di Francesca, che coincidenza operarsi proprio quel giorno e volevo prenderlo come un segnale positivo, ho inviato il messaggio e pochi minuti dopo sono scesa in sala operatoria. Ho detto ad Alessandro quello che avevo in cuore, ad uno sconosciuto, e gli ho raccontato il mio incontro con Francesca e l’abbraccio che ci siamo date l’ultima volta che l’ho vista, quel calore e quella forza le conservo anche ora come se quell’abbraccio fosse di pochi minuti fa. L’ho ringraziato per la forza che la lettera che aveva scritto per quell’anniversario mi dava e per la prospettiva di una vita possibile per le persone che amavo anche in caso le cose non fossero andate come speravo. La sua  risposta è arrivata poche ore dopo ed è stata la prima cosa che ho letto dopo l’intervento.

Per il resto un silenzio assordante, un silenzio che ho chiesto io, a me e agli altri. Ci sono pezzi di strada che uno deve fare da solo, ma non tutto il viaggio. Mi rendo conto che ci sono tante persone che vivono da sole questa avventura. Le incontro tutti i giorni in ospedale quando vado a fare la radioterapia, leggo nei loro occhi la forza, ma anche la solitudine. Parlarne aiuta, parlarne con serenità di più, non avere sguardi di preoccupazione e di pietà addosso ancora di più.

Solo dopo due mesi dall’intervento ho cominciato a dirlo a chi mi chiedeva un semplice “Come va?”, in genere rispondo con un vago “Benone!”, invece ho imparato a dire “Insomma!” e a raccontare. L’ho fatto con naturalezza, con schiettezza, a muso duro. Il mostro va guardato in faccia, va rispettato e preso sul serio, ma non gli si devono concedere scorciatoie. Non ho meno paura di prima, intendiamoci, ma un passo dopo l’altro, ora sono pronta a parlarne ad alta voce. Fare outing e parlarne senza riserve non è esibizionismo, non è pornografia del dolore, ma serve a creare cultura sull’argomento e così come lo faccio per la sindrome di Down sento il bisogno di farlo per il cancro. Serve a sentirsi meno soli e a stanare chi non ha il coraggio o la forza di condividere e vive in solitudine la sua storia.

Ha ragione Nadia Toffa e ha ragione Alessandro Milan tanto quanto aveva ragione Wondy, parlare del cancro con schiettezza è necessario e aiuta a sconfiggerlo. Il cancro è una malattia che mangia il corpo in maniera subdola, non si insinua solo nella carne, si insinua anche nei pensieri e lì fa altrettanti danni. Il cancro mangia i pensieri, la paura divora le prospettive sul futuro, si perde lucidità e si perde la speranza. Il cancro condanna alla solitudine, ma la forza della condivisione può essere un salvagente che permette di non annegare e che può offrire un appoggio a chi cade all’improvviso nello stesso mare, senza saper nuotare.

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