Last damn Bridge!

La maratona di New York era un sogno nel cassetto, una delle 10 voci della mia segretissima bucket list, che dopo l’esperienza con la pallina velenosa ho deciso di spuntare senza procrastinare più nulla. Ma quando sogni a lungo qualcosa in genere non è mai come te l’aspetti, i progetti, le informazioni raccolte, l’emozione ti caricano a tal punto che più alte sono le aspettative più la delusione è alle porte. Ecco la maratona di New York fa senza dubbio eccezione, perché per quanto te la raccontino, per quanto io abbia letto libri, blog e racconti, ascoltato podcast, studiato percorsi e parlato con decine di amici che l’hanno fatta… ecco l’esperienza di domenica è stata ben al di sopra di tutto ciò che avevo sognato e immaginato.

Non parlo della prestazione atletica, che per i miei standard e visto il percorso durissimo è stata comunque sorprendente, ma parlo dell’esperienza vissuta. Dietro a quei 42 km ci sono 9 mesi e oltre 700 km di allenamenti, i 42 km sono solo la ciliegina sulla torta di un viaggio lungo e bellissimo che ho percorso con la mia amica Rita, a cui sono profondamente grata per avermi accompagnato passo dopo passo, per aver battuto il ritmo dei nostri allenamenti e per avermi scritto un giorno: “Io quest’anno vado a New York, vieni? Dimmi di sì!”. 

È stato incredibile e non è facile trovare le parole, neppure per una come me che cerca di fissare tutto con le parole per paura che le scappi via. Persino l’attesa a Staten Island è stata un’esperienza fantastica, mi avevano preparato e detto cose terribili sul freddo, le file, e la lunga attesa, ma solo i bagni sono stati esattamente lo schifo che mi avevano raccontato! Per il resto siamo state graziate dal tempo, il sole e un cielo terso ci hanno sostenuto e le ore sono volate guardandoci intorno, perché oltre 50000 mila persone diversissime tra loro che aspettano campeggiando su un prato con gli outfit più incredibili sono un vero spettacolo, oltre che un’indagine antropologica interessantissima. Ci sono i professionisti: con tute da pittore e seggiole portatili. Ci sono gli esibizionisti: con look eccentrici e colorati. Ci sono i ludici: che si portano i mazzi di carte per farsi una scala prima della partenza. Ci sono i goderecci: che hanno tutto l’occorrente per un picnic luculliano. Ci sono poi gli atleti: già nudi due ore prima della partenza, si incremano, si scaldano, preparano gli orologi e organizzano le cartucciere con gel, pastiglie, sali. Poi c’è anche chi se la dorme bellamente sotto un telone termico e la signora in vestaglia di pile… loro per me vincono il premio assoluto. È uno sguardo sull’umanità che non ha paragoni almeno nella mia esperienza.

Avevo sentito ribollire il sangue nelle vene per tutta la settimana, l’ansia mi toglieva il fiato, ma la mattina della gara ero stranamente serena, felice di essere lì e desiderosa di godermi ogni passo. Noi siamo partite per ultime, tra quelli che dichiarano il loro arrivo in 7 ore, i colpi di cannone e i rituali d’inizio gara erano già andati, ma quando è arrivato il nostro momento e ci siamo avviate verso la start line è ripartito l’inno americano e “New York, New York”, brividi lungo la schiena, impossibile trattenere le lacrime. Tra la folla abbiamo riconosciuto Nicolò Vallese, ci contavo di incontrarlo. Nicolò è un ragazzo con sindrome di Down che ha già corso tre maratone di New York, una chiacchierata con lui 9 mesi fa mi aveva fatto rompere ogni indugio e convinto che era giunto il mio momento. Siamo partiti insieme: io e Rita per la nostra prima, lui per la sua quarta maratona di NY consecutiva. Un mito assoluto!

Ho avuto il sorriso stampato in faccia per tutti i 42 km solo gli ultimi 195 ho ceduto a un pianto a dirotto che ha sciupato le foto ricordo. Ci siamo godute ogni passo, non siamo mai andate in crisi, nemmeno al temuto muro dei 30 km, il ritmo è sempre stato costante, sotto la media di tutti i nostri lunghi, le gambe andavano e il ginocchio di Rita teneva. Il percorso è durissimo, lo sapevo, lo avevo letto e riletto ma non pensavo tanto, dopo ogni dannata salita, invece di godermi la discesa, guardavo Rita e verificavo che il suo ginocchio tenesse. Teneva e ha tenuto fino alla fine senza tradirci.

La gente è stata pazzesca lungo tutto il percorso, anche questo al di sopra di quello che mi aspettavo, non ti lasciano mai sola un secondo. Il giorno prima avevamo girato mezza città per cercare un posto per stampare i nostri nomi sulla maglietta ufficiale ed abbiamo fatto bene perché hanno invocato il nostro nome per tutto il percorso come fossimo due rockstar.
Da Brooklyn al Queens, da Harlem a Manhattan la gente ha urlato “I see you!” “You can do it” “Great job, Rita”, “Go Marti Go!” e i km sono passati uno dopo l’altro, ascoltando la musica della strada, le voci delle persone e leggendo i meravigliosi cartelli che la gente dei cinque quartieri newyorkesi aveva preparato per noi… “You are kicking asphalt!” “You are doing amazing!” “Press here for power” fino al mitico “Last damn bridge!” Ecco quando ho incontrato quella signora sull’ultimo dei cinque ponti ho pensato che nulla ci avrebbe più fermate. Ci eravamo quasi e saremo arrivate in fondo!

Ho delle immagini in testa che non dimenticherò mai: le band che suonano lungo la strada, le famiglie che offrono cibo, preziosissimi fazzoletti, banane, pretzel sono stati compagni di viaggio fondamentali. Ricordo Rita che si gira verso di me all’improvviso a metà percorso e mi dice “bagno!” e si infila in un bar e io la seguo senza esitazioni. Che sollievo dopo aver saltato decine di stop ai bagni chimici per le lunghissime file! Ricordo le facce dei volontari che mi hanno passato da bere, con un sorriso e una parola di incoraggiamento, non so quanti “grazie” ho detto. Impareggiabile il ragazzo che offre i donuts tagliati a pezzetti, la signora di colore che balla e intona un jingle con i nostri nomi “Marti Rita Rita Marti Marti Rita”, i bambini a cui siamo andate incontro per non perdere nemmeno un cinque. Ne avremo dati mille. Pure il silenzioso quartiere ebraico è stato pazzesco, perché anche lì dove gli adulti giravano la testa dall’altra parte, i bambini non resistevano e allungavano una mano in cerca del cinque. Ci sono stati un paio di punti in cui la gente faceva talmente tanto casino che ti dovevi tappare le orecchie… avevo il groppo in gola per la commozione, mi sentivo travolta dall’affetto della gente, come un’onda che ti trascina e ti spinge con un’energia pazzesca ma senza alcuna risacca… ero felice, felice come non mi sentivo da non so quanto!

Ogni runner ha probabilmente una ragione per correre la sua maratona e molti di quei 50000 l’avevano scritta sulla maglietta. Leggevo le loro storie mentre gli correvo a fianco e sentivo un’energia pazzesca, a volte Rita e io ci guardavamo e avevamo entrambe gli occhi lucidi: eravamo molti più di 50000 a correre la maratona perché ognuno portava con se qualcuno o una causa per cui lottare. Anche noi avevamo le nostre dediche e le abbiamo pronunciate ad alta voce o in cuore km dopo km. Ogni tanto incontravamo dei supereroi, quelli veri: Gianni che ha fatto tutta la maratona con una gamba sola sostenuto dalle stampelle, incoraggiando e motivando tutti, un’altra ragazza con entrambe le gambe immobilizzate che correva sempre con le stampelle, un signore di una certa età con disabilità intellettiva che spingeva da solo la sua carrozzina a volte anche all’indietro. È gente che è lì per vincere la propria gara e non per ispirare nessuno, ma certo quando gli corri a fianco senti la loro forza e la loro energia irradiarsi in ogni direzione e raggiungerti fino a trapassarti l’anima.

La 5th avenue sembrava non finire mai, ma ad un certo punto si è intravvisto il Guggenheim era lì il punto da cui saremo entrate a Central Park e da lì in poi c’erano solo un paio di miglia. La gente dentro Central Park è più composta non c’è dubbio, ma ti sostiene continuando a invocare il tuo nome e urlando: “You are almost there!” “You got it!” Arrivati a Columbus Circle la musica è assordante e la gioia ci ha travolto io sono scoppiata in lacrime, ho visto la finish line con gli occhi umidi e appannati. Ho guardato Rita e le ho fatto gli auguri, in fondo eravamo lì per il suo compleanno speciale. Ho attraversato la finish line con una gioia immensa e ho chiamato mia figlia Giulia, ho scambiato due parole con lei e Paolo, ma mi si sono rotte in gola. “Vi richiamo!” 

Rita e io ci siamo guardate incredule, lo eravamo anche quando i volontari ci hanno messo il mezzo chilo di medaglia a forma di mela al collo o quando ci hanno avvolto nel caldissimo poncho. Eravamo talmente felici da rimanere ammutolite. Sapevamo che non sarebbe stata solo una corsa ma, come dice Rita, “un cambio di pelle” e così è stato.

La sensazione più forte che mi porto a casa è il senso di appartenenza a qualcosa di grande, in una giornata in cui ho sentito le differenze annullarsi, e le parole inclusione e diversità prendere un senso semplice e limpido. C’erano tutti per strada con un coinvolgimento e un’accoglienza che non ho mai percepito con così tanta potenza. Chi correva, chi tifava, chi sosteneva, volontari, medici, bambini, amici familiari e sconosciuti, c’erano bianchi, neri, asiatici, fedeli di diverse religioni, sudamericani, c’era la gente di Harlem, c’era la gente di Upper East Side, i giovani scalmanati di Brooklyn, c’erano persone con disabilità, persone ammalate, insieme agli altri, non c’era una corsa a parte per loro, c’era gente in pigiama, travestita, c’erano unicorni scoiattoli e cavalli, c’era Super Mario, cani e gatti a disposizione per una coccola. Questa gente ha aspettato i partecipanti all’arrivo fino a sera, finché l’ultimo non è arrivato! Erano lì a fare festa uniti da qualcosa di grande che va ben oltre la corsa, si chiama partecipazione, si chiama umanità… non so, so che vorrei che non fosse solo una maratona ma vorrei viverci in un mondo così, un mondo in cui essere tutti così fieramente diversi e unici, in cui non ci sono sguardi di imbarazzo, in cui ci guardiamo con complicità e simpatia indipendentemente da come siamo vestiti, dalla performance che faremo, dal sogno che abbiamo, un mondo in cui si aspetta l’ultimo tifando per lui con la stessa foga con cui si è accolto l’atleta che ha vinto la gara, uniti da qualcosa di grande a cui non riesco davvero a trovare un nome.

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